La terra in prestito dai nostri figli.

4 Gennaio 2021 | commenti: 0
Foto di Markus Spiske da Pexels

Ho un problema: devo restituire la Terra ai miei figli che devono ridarla ai loro, ma rischio di consegnarla tutta bruciata: qualcuno l’ha dimenticata sul fuoco!

La faccenda si è fatta piuttosto urgente e complicata e ho bisogno del vostro aiuto. Se hai anche tu il mio stesso problema, possiamo iniziare a collaborare per risolverlo meglio: se tutti quelli che sentono il problema iniziano a collaborare c’è la concreta, reale possibilità di farcela.
La pandemia del 2020 segna uno spartiacque. Abbiamo toccato con mano cosa significa vivere uno dei tanti effetti della crisi ecologica e avere la sensazione che non si prenderanno i provvedimenti necessari per evitare le prossime è sconvolgente. Nel 1919, dopo la Prima Guerra Mondiale, non si sono affrontati i nodi che avevano innescato il conflitto; la guerra non era stata un monito sufficiente a costruire una pace solida e duratura e nel 1938 un’altra guerra è tornata, più grande e più terribile. Coglieremo il monito del 2020? Il Covid è stato per me una lezione più che sufficiente e ho intenzione di fare tutto ciò che è in mio potere per renderla sufficiente per tutti. Se hai la stessa sensazione, se anche tu senti la necessità di fare la tua parte, abbiamo una concreta speranza ma dobbiamo radunarci e organizzarci.

Sì, è possibile

Sì, è possibile fare molto, è possibile essere deteminanti. Leggendo di: numeri, tempi, cause, soluzioni e resistenze emergono molte cose, alcune in modo palese altre invece meno. Sintetizzando quanto appreso, la strategia migliore per mettere in moto il cambiamento necessario è quella di creare un movimento di consumatori attivisti, organizzati e impegnati al sostegno e alla diffusione di pratiche e principi di consumo consapevole. Utilizzando in modo adeguato l’effetto leva, questo può avviare processi politici ed economici di trasformazione dell’economia, oggi ancora sulla carta.

Il cuore del problema

Il cuore del problema è che il 2030 è una scadenza importante: se non dimezziamo (a livello globale) le emissioni di CO2 sarà superata una soglia molto pericolosa, ovvero 1,5° di aumento delle temperature. Oltre quella soglia perderemo la capacità di controllare il clima e la sua crescita continuerà in modo indipendente dalle nostre azioni. E le conseguenze? Il Covid è un assaggio. Facciamo un esempio: hai casa vicino alla costa? Magari abiti vicino a canali di bonifica? Pensaci, non è solo restituire la Terra ai figli, è pure perdere la propria casa!

Due lezioni dal Covid

Il Covid ci permette di vedere almeno due cose:

la crisi ecologica verso cui andiamo incontro modificherà le nostre vite, e saremo costretti a cambiare come è accaduto in questi mesi;

la seconda è che ci mostra quanto sia difficile ridurre le emissioni, infatti la riduzione del -7% di quest’anno ha avuto un costo sociale enorme. Non voglio restituire ai miei figli un Pianeta “sano” ma socialmente devastato.

La strada può essere di prosperità e non di pena.

Consumatori attivisti

Perché ti invito a costruire un gruppo di consumatori attivisti? Ci sono tre ottimi motivi.

Il primo è che la produzione del cibo è uno dei protagonisti principali del cambiamento climatico, anzi alcuni studi autorevoli gli attribuiscono il 51% di tutte le emissioni. Un nuovo “patto per il cibo” è uno strumento prioritario e un deciso intervento in questo settore potrebbe addirittura essere sufficiente.

Il secondo motivo è che i consumi sono un potente motore del sistema e che possono essere orientati. I consumi sono già un atto “politico”: l’indice che misura la “fiducia dei consumatori” e l'”intensità del consumo” sono oggetto di grande attenzione. Esiste poi una sterminata quantità di esempi spontanei e organizzati di come le scelte dei consumatori hanno orientato il mercato. Oggi per avviare la grande macchina del cambiamento è necessario che cittadini e politica marcino nella stessa direzione. La politica è immobilizzata tra scarso consenso al cambiamento delle abitudini quotidiane e enormi interessi economici in gioco. La politica non può calare dall’alto un diverso modo di produrre e distribuire cibo senza un vasto consenso su questo tema, senza il supporto di una quota rumorosa di consumatori.

Il terzo è una questione di efficacia. Produzione di energia, la produzione industriale e i trasporti ovvero gli altri protagonisti del cambiamento climatico, hanno tempi è modalità di intervento più lunghi (abbiamo solo 9 anni) e molti interventi hanno impatto incerto (vedi auto elettrica…). Va bene agire in ogni direzione ma, a questo punto, bisogna darsi delle priorità.

Dal basso verso l’alto

Oggi le persone sono per lo più convinte che il cambiamento climatico sia un problema remoto e che la possibilità di agire sia ancora più remota. C’è la convinzione che le principali azioni siano politiche e pubbliche, come ad esempio la produzione di energia o la mobilità elettrica. A 6 anni dall’ Agenda 2030 per lo sviluppo sostenibile dell’ONU, che per la prima volta si rivolge oltre che agli Stati anche imprese e cittadini, è chiaro che tocca a noi imprimere concretezza al cambiamento. I numeri dicono che consumatori attivisti possono costruire e raccontare un’economia e una quotidianità clime positive (positive per il clima). Utile nell’immediato e necessaria per aprire la strada alle grandi azioni di cambiamento cui è chiamata l’umanità nel suo insieme. Il tema del cibo climate positive è la più semplice da rendere virale, sono concetti che si diffondono velocemente e che vengono “notati” da altri consumatori, mass-media e politica. Quì è il cuore dell’effetto leva, la diffusione del consenso su questo tema è un propellente prezioso per cambiare, ad esempio, le politiche agricole, ancora scandalosamente climate negative ed anche per spingere le politiche generali che comunque, volenti o nolenti, si confronteranno con il fatto che la Terra è sul fuoco e la stiamo bruciando!

Tutto questo per dire che il mondo sta cambiando ma possiamo influenzarne la direzione. Organizziamoci!

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