Covid, cambiamento climatico e cosa possiamo fare

17 Dicembre 2020 | commenti: 0

Ieri sono entrato in un supermercato e ho notato qualcosa che mi ha molto colpito: le melanzane!

— IL COVID SI PROPAGA PIÙ VELOCEMENTE NEI TERRITORI DOVE SI REGISTRANO ELEVATI INPUT ENERGETICI DOVUTI ALLE ATTIVITÀ INDUSTRIALI E AGROINDUSTRIALI

Pubblicato da Riccardo Mastini su Martedì 8 dicembre 2020

Belle melanzane, provenienza Italia, a meno di 3,00 €/kg.
“Ecco” ho pensato “questo non possiamo più permettercelo“. Il prezzo dei prodotti fuori stagione non copre i costi ecologici. Pochi mesi fa non conoscevamo in che forma “il conto” si sarebbe presentato . Oggi invece sì, lo stiamo pagando con il lock-down.

valigia blu

Mettere in pratica e rendere concreto il cambiamento di cui abbiamo bisogno è possibile ed è già attuabile. Non è questione di vietare ma di inserire tutti i costi (sociali e ambientali) nel prezzo finale. Iniziando dal togliere le sovvenzioni pubbliche a questo tipo di produzioni ed eventualmente aggiungere delle tassazioni che compensino i costi dovuti all’inquinamento. Alla fine la melanzana fuori stagione costerà 10/15 euro al kg e molti sceglieranno le alternative di stagione per i consumi ordinari. A Natale magari si faranno un regalo.

Noi abbiamo il potere

Di fronte ai grandi numeri del cambiamento climatico e dell’agrindustria ci sentiamo piccoli piccoli e non ci rendiamo conto di quanto può essere efficace e giusto il nostro agire, anzi spesso non sappiamo che i numeri sono dalla nostra parte e crediamo che il sistema così com’è sia invincibile. Vi invito invece al fare due considerazioni: il sistema agroalimentare ha un grande potere di persuasione occupando una grande fetta del mercato pubblicitario (i media non lavorano dando fastidio agli inserzionisti) e ci sono lampanti esempi di come l’azione di un gruppo ristretto abbia guidato le azioni del grande mercato.

un esempio è la vicenda barilla, prima, per anni, ci dice che la pasta con grano italiano costa 2 euro al piatto, oggi invece produce pasta di solo grano italiano a meno di 1 euro per 6 piatti. La pressione subita dalla ricerca dei consumatori di pasta fatta con grano italiano a fatto rimangiare dichiarazioni che evidentemente erano di comodo. E questo è solo un esempio, ce ne sono tantissimi.

Il primo punto da affrontare

Non tutti sanno che il sistema di produzione agrindustriale ha un impatto enorme sul clima, negli studi più inclusivi si arriva ad oltre il 50% delle emissioni totali di gas serra e comunque gli studi meno inclusivi non scendono sotto il 30% di tutte le emissioni. Questo significa che cambiare la spesa alimentare è un gesto estremamente efficace. Inoltre questo è il cambiamento più veloce da realizzare e il tempo è un fattore fondamentale. Altri approcci come trasformare il sistema di produzione dell’energia o ristrutturare tutta l’edilizia è molto più costoso, lungo e impegnativo. Passare alla mobilità elettrica non ha un impatto così certo e determinante. Prima di tutto c’è la spesa quotidiana.

l’agrindustria non è indispensabile

Un altro mito da sfatare è che la produzione agrindustriale sia necessaria a garantire cibo per tutti. Semplicemente non è vero. Oggi produciamo cibo per oltre 10 miliardi di persone, l’agroindustria copre meno del 15% dell’offerta alimentare occupando la maggioranza dei terreni agricoli (spesso i migliori), sprecando oltre la metà delle risorse che utilizza e ricevendo quasi tutti gli ingenti i fondi pubblici destinati all’agricoltura. Un vero esempio di insuccesso sistemico. Senza agrindustria avremo cibo per tutti e anche più posti di lavoro.

L’alternativa c’è e non è semplicemente la certificazione bio ma passa per un ripensamento della filiera. No supermercati, no grandi centri agroalimentari ma l’approccio agriecologico di prossimità. Quello che oggi stiamo realizzando e che insieme possiamo rafforzare, innovare e diffondere. Si conosce meno perché se ne parla poco ma esiste ed è praticato e praticabile.

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