Amazon, un’altra filiera che fa il prodotto.

11 marzo 2018 | commenti: 0

Due notizie questa settimana:

“Altromercato entra in Amazon”

“Naturalmamma esce da Amazon”

La notizia di Altromercato su Amazon ha portato un po’ di malumori e qualche riflessione nel mondo dell’ equo solidale e delle economie solidali.

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La notizia di Naturalmamma invece ha creato molto meno scalpore. Ci permettiamo di pubblicare un’estratto dalla pagina Facebook di Naturalmamma, così da avere qualche spunto.

“Care Clienti,
dopo una attenta e lunga riflessione NaturalMamma ha scelto di non vendere più su Amazon.
NaturalMamma è stata una tra le prime aziende a scegliere questo canale di vendita, ma da un pò di tempo la cronaca ci ha indotto ad interrogarci sul fatto che fosse o meno il partner giusto per la nostra azienda e per le nostre idee.
Abbiamo avviato un dibattito che vedeva nel nostro Edo il massimo propositore di questa rinuncia.
Io, lo confesso, ero un pò titubante… rinunciare ad un potente canale di vendita è spesso complesso.
Per voi che non siete esperti, vi racconto però come “funziona” amazon verso i rivenditori.
Amazon per noi è molto costoso (“costa” circa il 20% di quanto incassiamo come variabile e 50 eur al mese come fisso) e ci impone standard di vendita molto complessi.
Per esempio ci impone, contemporaneamente, di far arrivare spedizioni in 24 ore con un costo inferiore ai 3 eur.
Sostanzialmente ci impone di farci carico della differenza di costo tra il loro teorico (3 eur) e il reale (7 eur minimo per ciascun corriere).
A questo si aggiunge la loro richiesta continua di ridurre i nostri margini, nonostante una struttura come NaturalMamma abbia costi molto alti.
Sostanzialmente per poter mantenere le regole di Amazon non avere un ricarico idoneo per poter retribuire chi lavora con me.”

Sono molti i passaggi interessanti e non possiamo non soffermarci su “la richiesta continua di abbassare i costi” ovvero non lasciare margine alle retribuzioni. Da molti anni seguiamo il dibattito circa l’opportuità di utilizzare i canali di distribuzione più commercialmente avanzati per prodotti ad elevato valore etico e sociale e potrebbe non avere mai fine. Un elemento utile al dibattito e al confronto che vorrei estrarre dalle parole di Naturalmamma e quello che in questo blog riassumiamo con “la filiera fa il prodotto”.

la filiera fa il prodotto

Con questa espressione intendiamo dire che le filiere commericiali ad alta concentrazione capitalistica tendono, per meccanismi intrinsechi alla filiera stessa, potemmo dire per loro stessa natura, a comprimere i costi. Una compressione che sistematicamente sorvola i limiti legali e sociali, elude il fisco attraverso noti meccanismi di transazione internazionale e che “nel lungo periodo” tenderà a schiacciare ogni presupposto sociale ed ecologico della produzione e distribuzione. Inquinamento e assenza di tutele sono il prezzo del “basso prezzo”.

interpretare il mercato

Un argomento spesso citato dalle aziende che scelgono questi canali è l’esigenza di “innovare”, “essere al passo con i tempi”, “diffondere il più possibile attraverso i prodotti i valori che questi prodotti rappresentano”. Senza chiedere cosa ci sia di innovativo a stare su Amazon e simili ci interroghiamo sulla capacità del prodotto di narrare se stesso così bene da spingere verso un cambiamento delle regole del capitalismo e sul ruolo delle organizzazioni che nel campo dell’economia solidale giocano il ruolo dei pionieri.

Sempre citando il post di Naturalmamma:
“In passato siamo stati pionieri della vendita online, aprendo un negozio nel 2008
Poi siamo stati pionieri della vendita su Amazon.
Adesso vorremmo essere pionieri del ritorno a riscoprire i negozi di vicinato.

innovare senza snaturare

Non sappiamo se i negozi di vicinato siano l’innovazione sufficiente e in questa fase di crisi acuta delle economie solidali più strutturate è difficile immaginare di poter semplicemente dire “torniamo alle botteghe” anche perchè il mondo delle botteghe è stato devastato dall’uso disinvolto dei canali commerciali più spinti. Ci teniamo a sottolineare però che non esiste una sola strada ed un esempio sono i charity shop inglesi gestiti anche da organizzazioni come Oxfam che mettono insieme commercio equo e di riuso solidale. Un esempio di sistema certamente più idoneo a valorizzare la filera e dove l’apporto fondamentale del volontariato può essere letto come il contraltare (espicito e trasparente) allo sfruttamento del lavoro (volontariato coercitivo) che il sistema distributivo capitalista usa sistematicamente.

Quale sia la via italiana all’economia solidale non possiamo oggi dirlo ma siamo sicuramente preoccupati e critici di questa scelta e delle precedenti che a questa hanno portato intravedendo il richio che siamo sempre più vicini alla parola “fine” per l’esperienza del commercio equo e solidale in Italia.

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